Il Drago e la Pietra Nera

ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2014

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Era una bella giornata di sole e, come tutti i giorni, Marco e Stefano viaggiavano sulla loro 4X4 per raggiungere la Giara. Erano due fotografi e il loro nuovo reportage doveva occuparsi del territorio della Marmilla.I campi erano verdi e fertili, alberi da frutta e fiori profumati ovunque. Il clima era mite e il panorama inimmaginabile. Marco e Stefano attraversavano la natura immensa della Marmilla, piena di vita e serenità. All’interno di essa si trovava un piccolo paesino di nome Barusalbedu, che era pieno di vita: i bambini andavano a scuola felici con i loro genitori, gli adulti invece lavoravano contenti. La Marmilla e il paesino che attraversavano appariva ai loro occhi meravigliati un posto stupendo, che loro avrebbero fatto proteggere dal WWF, e per i suoi beni culturali e storici dall’UNESCO. Aprirono il tettuccio della loro 4x4 per sentire la fresca aria mattutina al sorgere del sole. La serenità della Marmilla certo non si poteva trovare all’estero!

 

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Marco e Stefano per fare il loro reportage dovevano fare una lunga e tranquilla passeggiata, perché avevano parcheggiato la macchina in una casa di Padenti. Per loro era una gioia passeggiare in mezzo ad una splendida macchia mediterranea, in un luogo con una ricca flora e fauna  che splendeva davanti ai loro occhi.

 

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Arrivarono in una zona inesplorata in cui la vegetazione era assente e inoltre non si sentiva un solo cinguettio. Nel cammino videro qualcosa e, incuriositi, si avvicinarono. Era un imboccatura nera, lucida, che rifletteva la luce del sole. Marco e Stefano capirono che si trattava di ossidiana. Scattarono un paio di foto e notarono che, incisa nella pietra, c’era una scritta in latino. La scritta diceva: ATRA PETRA DRACONEM DEBELLAVIT. Era per loro incomprensibile perché a scuola non avevano mai studiato questa lingua. Stefano ricordava di aver già letto la frase da qualche parte, ma non ricordava esattamente dove.  Non pensavano che in quell’incisione ci fosse un avviso così importante che avrebbe potuto sconvolgere totalmente le loro vite da comuni fotografi.

 

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I due ragazzi, senza esitare, spostarono le numerose pietre che chiudevano l’imboccatura, ed entrarono all’interno della grotta. La grotta era buia e umida, ma la cosa più strana era che più in fondo si vedeva qualcosa che luccicava. Spinti dalla curiosità, Marco e Stefano andarono a controllare. Si ritrovarono davanti a un cerchio costruito sempre con l’ossidiana. Al centro del cerchio arrivava un fascio di luce da un’apertura del soffitto. La luce illuminava un ammasso di cenere da cui spuntavano di tanto in tanto dei resti di ossa. Marco, che era anche un appassionato di mineralogia, stupito da tanta bellezza, resa ancora più interessante dal fascio di luce, prese  cinque pietre e se le mise nel marsupio. Improvvisamente si sentì una scossa, la polvere si sparse per l’aria seguita dai resti delle ossa, e tutto si riunificò a formare un animale gigantesco.  Era un drago!

Il drago era maestoso, era di un rosso acceso e sputava fuoco dalle sua grandi fauci. Aveva tanti denti, ognuno di essi era affilato come delle spade taglienti, le zampe artigliate, le ali con scaglie rosse taglienti.

 

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Il drago, imbufalito per essere stato svegliato dal lungo sonno, uscì dalla grotta e si alzò in volo con le sue imponenti ali rosse, come un velo nell’aria mattutina del cielo azzurro. Marco e Stefano cercarono di seguirlo, ma il drago era troppo veloce per le loro gambe, quindi, dopo un po’di corsa, si fermarono, sfiniti, a riposare.

 

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Il drago, invece, raggiunse la piccola cittadina di Barusalbedu, dove la gente si mise ad urlare e a scappare velocemente. Il drago, però, troppo veloce, li raggiunse tutti e senza perdere tempo con il suo fuoco rubò tutta la felicità dei cittadini e anche il loro lavoro.

 

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I due ragazzi, presi dal senso di colpa, per aver lasciato la cittadina indifesa, corsero senza indugio in paese. Arrivati lì, trovarono il paese interamente devastato dalla forza distruttrice del drago.

Il drago fiutò l’aria e si accorse della presenza dei due ragazzi, si girò verso di loro e, con la forza del pensiero, fece perdere il lavoro anche a Marco e Stefano. Stefano, infatti, sentì il suo cellulare squillare. Era il suo capo, che, infuriato, licenziò i due ragazzi.

–Non saremmo mai dovuti entrare in quella grotta –disse Marco.- Hai ragione Marco, invece noi ingenui siamo entrati in quella maledetta grotta, abbiamo perso casa, lavoro, insomma tutto! - rispose Stefano. -Però ora questo drago distruggerà tutto in questo posto unico al mondo, un vero paradiso-disse ancora Marco. – Io e te, Stefano, sconfiggeremo il drago, non so come ma io non accetterò che questo magnifico posto sia distrutto, non l’accetterò mai- disse infine Marco con gli occhi lucidi.

 

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I due giovani non si scoraggiarono. Incominciarono a cercare ogni tipo di cosa: pietre, ossidiane, legno. Costruirono lance e archi, e con esse si avventarono contro il drago, lanciandogli quello che potevano senza mai interrompersi. Il drago non si fece niente, neppure il solletico. All’improvviso gli lanciarono un’affilata ossidiana. Colpito il drago con l’ossidiana, si fece una ferita profonda e ritornò nella grotta. Allora i due ragazzi capirono che lossidiana era l’arma vincente contro il drago.

 

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Marco e Stefano salirono in macchina per andare  a rifugiarsi nella fattoria dello zio di Stefano, chiamato Antioco, nel punto più alto del Monte Arci. Entrarono e videro Antioco sdraiato in una poltrona di pelle rossa mentre fumava la sua amata pipa e leggeva un libro sulla leggenda di San Giorgio. – Sai zio, c’è un drago che sta distruggendo l’intera Marmilla. Per piacere, mi puoi prestare il libro?- disse Stefano. – Va bene, tieni – rispose lo zio.

Stefano sfogliò velocemente il libro e vide che il drago che distruggeva il paese era simile al drago che San Giorgio aveva sconfitto molto tempo prima. Stefano prese dalla libreria un altro libro e vide proprio il drago che stava cercando. Davanti all’imboccatura della grotta rappresentata nel disegno, videro la scritta in latino con tanto di traduzione all’italiano: LA PIETRA UCCIDE IL DRAGO.  

– Ehi Marco,  guarda, ho trovato il nome del drago: si chiama ISIRC,  porterà la crisi?- disse Stefano. Rispose Marco – Hai proprio ragione è l’anagramma di crisi, e c’è anche la specie a cui appartiene: Aimonoce.

 

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I due ragazzi, forti della loro scoperta, decisero di chiamare a raccolta tutti i cittadini di Barusalbedu.

Dopo una lunga riunione, capirono che solo unendo le forze avrebbero potuto sconfiggere il drago. C’era bisogno, infatti, di raccogliere tanta ossidiana, per affrontare il mostruoso essere. Tutti si misero alla ricerca della pietra magica, ancora non sapevano come l’avrebbero utilizzata. Improvvisamente, davanti a loro trovarono una gigantesca pietra nera. Sarculto, lo scultore del villaggio, ebbe subito una grande idea: si poteva scolpire l’ossidiana finché non fosse diventata un’enorme drago nero!

 

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Dopo due anni, vissuti nel rifugio d’emergenza creato nel Monte Arci, i Barulsalbedesi decisero che erano pronti per la battaglia finale: il drago di ossidiana, costruito come il cavallo di Troia li avrebbe salvati. Il drago malvagio, nel frattempo, aveva continuato la sua opera di distruzione, in tutta la Sardegna. L’unico luogo salvo, a causa della presenza di ossidiana, era proprio il monte Arci dove loro si erano rifugiati.

Tornarono verso la  grotta, scendendo dal monte e passando per le famose strade dell’ossidiana di Pau. Questo diede ai Barusalbedesi un’enorme forza e tutti insieme riuscirono a trasportare il gigantesco drago di ossidiana. Si diressero verso la giara, che ormai era diventato un luogo deserto e desolato, e si misero ad aspettare che anche quel giorno il drago tornasse a casa. Ricostruirono il cerchio di ossidiana intorno alla grotta per impedire al drago di uscire di nuovo. Davanti misero di guardia il gigantesco drago di ossidiana.

 

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Quando ISIRC arrivò, tutti i barusalbedesi  erano nascosti nella grande pancia vuota del drago di ossidiana. ISIRC, meravigliato di trovarsi di fronte una creatura tanto spaventosa, ma sicuro di essere il più forte, lo attaccò. Attraverso un canale che arrivava dalla pancia alle fauci, i barusalbedesi iniziarono a lanciare tutta l’ossidiana raccolta nel Monte Arci. Erano fiamme nere di pietra. La pietra magica che sconfisse definitivamente ISIRC, facendolo ritornare polvere.

Il drago, da allora, polvere è e polvere sarà per sempre. Custodita nel cerchio magico che lo terrà per addormentato: il cerchio della solidarietà.

Oggi Barusalbedu è di nuovo un luogo felice. La vita scorre beata, tutti lavorano. ISIRC è stato sconfitto. Grazie a Marco e Stefano, grazie all’unione di tutti i barusalbedesi che hanno saputo lottare insieme.

 

 

Istituto comprensivo di Ales

Scuola secondaria di primo grado sede Usellus

Classe I a.s. 2012-2013