La Terra dei Misteri

ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2014

Testo pù grandeTesto più piccoloprint

Condividi su:

   
 
 

Metà degli anni cinquanta.

In un caldo pomeriggio di settembre, in un paesino dell’interno della Sardegna, chiamato Santus, un gruppo di ragazzi giocava in Pratz’e Cresia a peincaneddu. Fra poco sarebbe iniziata la scuola ed i giovani si godevano gli ultimi giorni di vacanza. Ad un certo punto sentirono delle urla provenire dalla casa di TziaAdelina, che abitava proprio dietro la chiesa. Si avvicinarono, un po’ incuriositi ed anche un po’ spaventati, per capire cosa fosse successo.

“Fillu miu!!!”

“Ita est sutzediu, tzia Adelina?” chiese Stevini, uno dei ragazzi del gruppo.

“Pedru, fillu miu, no est ancora torrau a domu e seu disisperada! Funti cichendiddu a pedra furriada. Biu dd’eis bosatrus?”

“Dd’eus biu custu mengianu bessendinci a su satu”, rispose Angelica, che conosceva bene la famiglia di Tzia Adelina. In effetti Pedru amava molto curare le sue piante d’ulivo, la sua vigna, il suo orto, e passava gran parte del suo tempo nei suoi campi.

I ragazzi tornarono in Piazza, ma non avevano più voglia di giocare e così si sedettero sul muretto, vicino a “su grifoi” che delimitava lo spiazzo di fronte alla chiesa e si misero a parlare di ciò che era accaduto.

“Inui at’essi finiu, Pedru?” disse Luisu, molto preoccupato.

“e tocca, ca no at’essi sutzediu nudda…” cercò di tranquillizzarlo Fabianeddu.

 “Mmmh, a cust’ora Pedru acostumat a andai a su tzilleri, a giogai a cartas, e a si bufai unas cantu tassas de binu; segundu mei est sutzediu calincuna cosa….” Aggiunse Robertedda, che abitava proprio di fronte all’osteria.

Ad un certo punto videro arrivare Luciu, il fratello di Pedru, con altri amici e pochi attimi dopo sentirono Tzia Adelina piangere ed urlare in maniera disperata. Si guardarono in faccia e tutti avevano lo stesso pensiero: a Pedru era successo qualcosa di brutto. Sarebbe stata una nuova disgrazia per tzia Adelina, già molto sfortunata. Arrivata a Santus, in fuga dal suo paese con due bambini, Pedru e Luciu, e da un marito violento, aveva sposato Efis, un brav’uomo più anziano di lei, che aveva cresciuto i ragazzi come un padre, ma che era morto, quasi a novant’anni, da qualche anno, dopo aver diviso le sue terre tra i due ragazzi.

Era successo che avevano trovato Pedru, morto, nella sua vigna, a terra, con i segni di un colpo sulla testa, forse di una pietra.

Il paese era sconvolto, ed i ragazzi anche. Ma furono ancora più scioccati dalla notizia che era stato arrestato  Licu,  il pastore che aveva il bestiame in un terreno confinante con la vigna di Pedru. Tra Licu e Pedru, lo sapevano tutti, c’era un forte odio, per via di un vecchio sconfinamento delle pecore di Licu nella vigna, di un furto d’uva del quale non si era mai scoperto il colpevole, e di una lite all’osteria terminata con una brutta minaccia fatta del povero Pedru nei confronti di Licu.

I ragazzi però non credevano alla colpevolezza di Licu, perché lui era stato sempre gentile, ed aveva insegnato loro tanti giochi come “is biccusu”, “sa badruffa”, “a dinai” , a mulli, e a pesai su casu.

Decisero perciò di andare a visitare Tzia Fannia, una vecchia del paese, da tutti conosciuta perché era molto saggia: faceva “sa mexina de s’ogu liau”, raccontava un sacco di storie del passato e di sicuro avrebbe fornito loro qualche indicazione per scoprire il colpevole.

Tzia Fannia abitava con suo nipote (forse!), Ugo, un ragazzo dalle origini sconosciute, arrivato da tzia Fannia chissà da dove, il quale raccontava, come la nonna, storie stravaganti.

“Intrai, piciochéddus, setzei cun mei. Ndi obeis pani e tzucuru?”

I ragazzi accettarono con piacere e raccontarono alla vecchia l’accaduto. Tzia Fannia ascoltò i giovani, tacque e poi cominciò a raccontare la leggenda di una città incantata abitata dalle Janas, che di notte, quando uscivano per tessere, sul telaio d’oro, i colori dell’arcobaleno, ne approfittavano per rubare i semi di tutte le specie coltivabili: “cixiri, fa', prisuci, gintilla, orgiu, fasou, piseddu” e tante altre ancora. La città incantata, nella leggenda, sarebbe stata sotto “sa terra de is argiolas”,  dove si portava il grano e le fave “a bentuai”.

Prima che andassero via anche Ugo volle raccontare una storia, quella de “su massaiu malu”: un agricoltore che non aveva molta voglia di lavorare i campi, figlio di una vecchia coga, andava nel paese a prendere i bambini per portarli nel suo campo a lavorare. Tra questi proprio lui, Ugo, il quale venne preso, e lasciato a dormire con le pecore. Indovinate dove? Proprio nella “terra de is argiolas”.

“Ajò a sa terra de is argiolas!” Disse Nicu agli amici, convinto che tzia Fannia avesse voluto dare loro un indizio, considerato che si trattava di un terreno confinante con la vigna, cioè il luogo del delitto!

I ragazzi erano quasi tutti scalzi, ma procedevano a passo veloce lungo sa bia che conduceva verso “sa terra de is argiolas” alla ricerca di un qualcosa che avrebbe potuto scagionare Licu.

“Spaiaisi' a dus a dus, a cicai calincuna cosa chi si potzat agiudai a cumprendi cumenti est sa chistioni..”, ordinò Craudu, il più “anziano” del gruppo, con tono deciso.

I ragazzi ispezionarono con attenzione tutto il campo, ma non trovarono nulla che li potesse aiutare. Ma quando, demoralizzati, avevano già deciso di tornare in paese, proprio in sa crasuri Giulia, la piccolina del gruppo, esclamò “ooh, allabai, apu agatau una cosa!!!” e mostrò loro un brandello di bisaccia con una iniziale: la lettera L.

“Insaras tenint arraxoni: Licu est …”  disse, dispiaciuta, Federica, parente alla lontana di Licu.

“Ma ci nd’at attrus puru chi tenint su nomini chi inghitzat cun L…” osservò Robertedda.

“Tenis arraxoni, sorresta mia” disse Alessandra, “c’est Larentzu, su stangheri, Leonardu, su sabateri, Luciu, su fradi…”.

“Insaras, tocat a cicai a cali bétua mancat s’arrogu…” suggerì Betu, che parlava poco ma quando parlava diceva cose utili.

Robertedda si impegnò a controllare le bisacce di chi andava all’osteria; Federica avrebbe verificato le condizioni della bisaccia di Licu, a casa della zia; i maschi avrebbero osservato quelli che portavano il bestiame agli abbeveratoi,  mentre le altre ragazze, con la scusa di andare a trovare tzia Adelina, avrebbero controllato la bisaccia di Luciu.

Robertedda aveva osservato da casa sua ma non aveva trovato niente. Federica andò dalla zia ma la bisaccia di Licu era intera; anche i ragazzi andarono all’abbeveratoio ma le bisacce dei pastori erano tutte intatte.

Rimanevano soltanto le altre ragazze, Alessandra, Giulia, e le due Angeliche, che andarono a casa di Tzia Adelina. Giunte là, trovarono la povera donna che si preparava una tazza di caffè d’orzo.

“E insaras, cumenti istat?” dice Angelichedda

 “E cumenti istu, fillas mias? Cumenti Deus olit…” .

“Seus benidas po di fai unu pagu de cumpangia”, disse Giulia, mentre Alessandra e Angelica cominciavano a guardarsi intorno, in s’aposentu.

“Fia inghitzendi a mi nai s’arrosariu. Gloria a patri….. “ E cominciarono a dire le preghiere. Dopo qualche minuto, Alessandra e Angelica si alzarono per andare a prendere un bicchiere d’acqua in cucina, ma in realtà volevano trovare la bisaccia per controllare se fosse integra.

Dopo aver guardato quasi dovunque, fu Angelica a trovare quello che cercavano, in “su stabi”.

“Sa betua!!”

“Ndi mancat un' incueddu!!” disse Alessandra.

Intanto Giulia e Angelichedda chiamarono le amiche per tornare a casa, perché si era fatto tardi. Tornarono in “pratz’e cresia” dove c’erano tutti gli altri, e comunicarono la loro scoperta.

“E imui, ita fadeus?” chiese Betu.

“Candu cras a merì, Luciu si crocat, nos intraus a scusi e bideus chi s'arrogu torrat!” suggerì Fabianeddu.

“Una pariga abarraus a castiai chi no arribit calincunu, e Betu satat aintru” propose Stevini.

Tutti d’accordo, si ritrovarono in piazza, subito dopo pranzo. Le strade erano deserte, sembrava ancora estate. Betu scavalcò il muro, si avvicinò a su stabi e controllò se il pezzo combaciava con la bisaccia: corrispondeva perfettamente!!!

Quando stava per scavalcare il muro sentì  il cane di Luciu abbaiare contro di lui. Allora saltò in fretta e raggiunse gli amici.

“Torrant’a pari!!” esclamò eccitato.

“Ddu scidiu deu!!” disse Stevini, soddisfatto.

“Ajò de is carabineris a ddi si nai su chi eus scrobetu” suggerì Luisu.

I ragazzi andarono subito in caserma a parlare con il Maresciallo Barachi, che decise di andare subito a fare una chiacchierata con Luciu.

Luciu non rispose alle sue domande e perciò il Maresciallo decise di portarlo in caserma per un interrogatorio, mentre i ragazzi, ansiosi, aspettavano fuori, che il Maresciallo uscisse per dire loro cosa stava accadendo.

Dopo due ore, Barachi uscì dalla caserma e disse “Grazie, ragazzi, per l’indizio, Luciu finalmente ha confessato. L’ha ucciso per invidia: il patrigno, in punto di morte, aveva lasciato a Pedru la vigna, mentre a Luciu gli aveva lasciato solo un terreno incolto, buono per il pascolo. Da allora fra loro era sorto un odio feroce, che ha portato Pedru alla morte, anche se Luciu non voleva davvero ucciderlo. I due stavano lottando, e Pedru è caduto ed ha sbattuto la testa su una pietra”.

Prima di andare in carcere Luciu volle salutare la madre e chiedere perdono.

I ragazzi invece, decisero di andare a casa di Licu, ad aspettare il suo ritorno, per accoglierlo e fare festa insieme.

Dopo il ritorno di Licu, i ragazzi si ritrovarono al solito posto.

Stevini e Luisu osservarono: “po unu incueddu de terra si poit arribai po finzas …”

“est beru” aggiunse Robertedda, “sa terra a bortas, poit potai sa genti a cetai malamenti…”

“eia, ma no est sa terra chi bocit sa genti, funt is ominis” osservò Fabianeddu “sa terra est sa cosa pru' bella e pretziosa chi teneus, chena terra no iaus a tenni mancu cosa de papai”.

“Tenis arraxoni” dissero quasi in coro tutti gli altri.

“Ajò a giogai, ca cras depeus torrai a scola…..”  disse Angelica.

E tornarono a giocare.

 

Istituto comprensivo di Ales

Scuola secondaria di primo grado sede Ruinas

Classe I a.s. 2012-2013